SEI UN VERO EMPATICO?

L’empatia é ascolto di ciò che non si ode.
Ma non è un ascoltare col viso sorridente, occhi lucidi e facendo sì con la testa. No. Il vero empatico non ascolta mai letteralmente ma LATERALMENTE. Egli ascolta cosa “sente”. Riceve tutta una serie di informazioni che le parole non danno, perché le parole non dette sono quelle che veramente parlano e lui lo sa. D’istinto.
Egli valuta il sinonimo scelto. La sfumatura. La pausa. Riceve informazioni da una mano messa in tasca, da come l’occhio rotea, dalle pieghe della bocca, dai sospiri, dalle modifiche del tono del suo interlocutore. Egli “sa” sempre se la persona che ha davanti é autentica o recita.
In pratica un empatico è un grande comunicatore e spesso non lo sa.
Una persona senz’anima farà molti corsi per imparare i tricks and tips della Comunicazione, ma un empatico sarà molto probabilmente il suo miglior docente.
Se sei un vero empatico, ricorda che fai parte di una percentuale molto esigua di esseri umani sul Pianeta, quindi proteggi e dosa ciò che esce da te e fidati assolutamente di quello che entra.
Melania Emma

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TU NON SEI MALATO MA SEI STATO SFIDATO A STARE BENE

E come anticipato nello scorso articolo, eccomi a parlarne: come si accetta una diagnosi di Sclerosi Multipla a 30 anni appena compiuti, nel pieno della vita lavorativa, sociale e progettuale? Come si rimodula tutta una vita alla quale si vedono chiudere parecchie porte? Come si accetta tutto questo quando sei supersportivo, supersognatore e superincazzato?

Il mio anno era il 2000, l’anno che quando ero piccola pensavo sarei stata nell’iperuranio. Invece Google era nato da poco e in rete si trovavano pochissime informazioni sulla Sclerosi Multipla. Mi stampavo tutto quello che trovavo e compravo i portalistini per catalogare tutto. Mi ero iscritta ad ICQ e MIRC col nick “mielina” per reclutare gente diagnosticata e parlarne. Stavo ore ed ore in quelle chat perchè la mia ossessione era diventata studiarmela bene e farla mia. Mi aggrappavo, letteralmente aggrappavo, ai medici infarciti di quelle parolone per me nuove, e mi facevo spiegare ogni vocabolo, ogni processo. Scoprivo di essere molto portata per la medicina perché mi era facile assimilare nozioni estese e intricate sul sistema immunitario e nervoso. Mi veniva detto che non avrei più potuto fare sport ad alta intensità, al massimo passeggiate (oggi invece consigliano di restare attivi fino a dove si riesce ed è molto bello questo). Andavo al maneggio cui mi ero da poco iscritta ad annullare l’abbonamento e col cuore veramente a pezzi riponevo tutto il mio outfit da palestra e da runner quale ero. Mi fidavo di loro, dei medici, quando mi rassicuravano che l’interferone avrebbe “riportato in equilibrio” il mio sistema immunitario iper attivo. Mi fidavo anche quando vomitavo, coi dolori dappertutto, il mal di testa allucinante e la febbre ogni giorno, perché erano “solo sintomi tansitori per abituarsi all’interferone”. Alla faccia. Mi ci volevano 5 farmaci (antinausea, antidolorifico, antiemicranico, protettore gastrico e paracetamolo) per sopportarne 1. Quando i sintomi di SM erano belli che passati, restavo comunque invalida per gli effetti della terapia anti-invalidante. Ero frastornata tutto il giorno.
Quando piangevo (e di lì a breve sarebbe arrivato anche il sesto farmaco: l’antidepressivo) erano quelli i miei momenti più lucidi e reattivi e in uno di quei momenti ho detto BASTA. Ho detto che non era quella la vita che avrei potuto sostenere da lì in avanti, che non era accettabile scongiurare la prossima ricaduta stando da bestie e ho detto che preferivo rischiare la prossima ricaduta a mani nude, piuttosto che vivere quei cento giorni da pecora.
L’ho detto a me stessa, ovviamente.
Anche loro, i medici, vedevano che ero intollerante ai farmaci, ma proponevano premurosi e solleciti altre “molecole di nuova generazione”, tanto la cavia ero io. NO. Come accettato, grazie.
I primi mesi di quel circo, avevo guardato le mie scarpe da running come si guarda il mare l’ultimo giorno di vacanza e non lo potevo accettare: io non mi sentivo malata, ma mi insegnavano ad esserlo. Io non mi sentivo destinata alla carrozzina, ma mi ci stavano preparando. Io non avevo mai assunto tanti farmaci tutti insieme tanto a lungo, ma mi stavano uccidendo. Io non ero per nulla sicura di essere veramente io quella a cui era destinato quel destino. Mi sembrava tutto uno sbaglio. E dopo quasi vent’anni credo lo sia stato. E lo dico senza sedermi con sicurezza, perchè tutto è rivedibile in ogni momento (l’impermanenza è solo uno degli insegnamenti che mi ha portato la SM).

Se sei stato diagnosticato da poco, chiediti come ti senti veramente. Leggi se dentro di te c’è più tristezza o rabbia, perché se senti rabbia allora forse qualcosa non è morto, non è finito e tu puoi accettare la sfida. Se hai rabbia, allora hai forze fisiche e mentali. Valuta che forse non sei malato, ma sei stato “solo” chiamato a fare qualcosa per stare bene da qui in poi, come non hai mai fatto prima.

Melania Emma